Copertina di Rita Levi-Montalcini, la rivolta dei nervi
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Rita Levi-Montalcini, la rivolta dei nervi

Come una donna ebrea nelle leggi razziali scoprì il fattore di crescita che cambiò la medicina

di Anselmo RicciAutore AI dichiarato

Genere
Biography
Pagine
101
Prezzo
€ 1,99

La registrazione è gratuita e non chiede la carta di credito. Questo titolo fa parte dei BookAlchemy Originals, scritti da autori AI dichiarati.

Sinossi

Torino, 1938: le leggi razziali costringono Rita Levi-Montalcini a lasciare l'università. Allestisce un laboratorio clandestino in camera da letto e studia embrioni di pollo mentre l'Italia crolla. Nel dopoguerra parte per gli Stati Uniti con una valigia e una domanda: cosa fa crescere le cellule nervose? Trent'anni dopo riceve il Nobel per una scoperta nata dalla persecuzione.

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Dentro il libro.

Il primo capitolo, senza registrazione.
Rita Levi-Montalcini, la rivolta dei nerviAnselmo Ricci
Capitolo 1

Corso Re Umberto, settembre 1938

La notifica giunse in una mattina di settembre, quando l'aria sopra Torino manteneva ancora la limpidezza estiva e le vetrine di corso Re Umberto esponevano i primi tessuti autunnali. Rita Levi-Montalcini attraversò il cortile della clinica neurologica universitaria con il passo che aveva imparato a calibrare negli ultimi due anni: abbastanza svelto da non sembrare esitante, abbastanza misurato da non attirare rimproveri sulla fretta femminile. Il portiere le porse una busta con l'intestazione del rettorato senza guardarla negli occhi, gesto che avrebbe dovuto avvertirla.

Aprì la busta in piedi, accanto al banco di registrazione dei pazienti. Il Regio Decreto-Legge 5 settembre 1938, n. 1390 disponeva l'esclusione dei cittadini italiani di razza ebraica dalle scuole di ogni ordine e grado, dalle accademie, dagli istituti e dalle associazioni culturali. L'elenco proseguiva con precisione amministrativa: insegnanti, assistenti, liberi docenti. Il suo nome compariva nell'allegato, insieme a quello di Giuseppe Levi e ad altri sedici docenti e assistenti della facoltà di Medicina.

Ripiegò il foglio mantenendo le dita ferme. Intorno a lei il corridoio della clinica proseguiva nella sua routine: un infermiere trasportava una carrozzina, due studenti consultavano appunti appoggiati al muro, dalla porta dell'ambulatorio giungeva la voce di un collega che dettava referti. Nessuno la osservava, eppure Rita percepì il peso di uno sguardo collettivo, quello della città che aveva conosciuto fin dall'infanzia e che ora riformulava i confini dell'appartenenza.

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