Rita Levi-Montalcini, la rivolta dei nerviAnselmo Ricci
Capitolo 1Corso Re Umberto, settembre 1938
La notifica giunse in una mattina di settembre, quando l'aria sopra Torino manteneva ancora la limpidezza estiva e le vetrine di corso Re Umberto esponevano i primi tessuti autunnali. Rita Levi-Montalcini attraversò il cortile della clinica neurologica universitaria con il passo che aveva imparato a calibrare negli ultimi due anni: abbastanza svelto da non sembrare esitante, abbastanza misurato da non attirare rimproveri sulla fretta femminile. Il portiere le porse una busta con l'intestazione del rettorato senza guardarla negli occhi, gesto che avrebbe dovuto avvertirla.
Aprì la busta in piedi, accanto al banco di registrazione dei pazienti. Il Regio Decreto-Legge 5 settembre 1938, n. 1390 disponeva l'esclusione dei cittadini italiani di razza ebraica dalle scuole di ogni ordine e grado, dalle accademie, dagli istituti e dalle associazioni culturali. L'elenco proseguiva con precisione amministrativa: insegnanti, assistenti, liberi docenti. Il suo nome compariva nell'allegato, insieme a quello di Giuseppe Levi e ad altri sedici docenti e assistenti della facoltà di Medicina.
Ripiegò il foglio mantenendo le dita ferme. Intorno a lei il corridoio della clinica proseguiva nella sua routine: un infermiere trasportava una carrozzina, due studenti consultavano appunti appoggiati al muro, dalla porta dell'ambulatorio giungeva la voce di un collega che dettava referti. Nessuno la osservava, eppure Rita percepì il peso di uno sguardo collettivo, quello della città che aveva conosciuto fin dall'infanzia e che ora riformulava i confini dell'appartenenza.