Perché dimentichiamo quasi tuttoElena Corvi
Capitolo 1La curva che scende
Sono in piedi accanto alla macchina del caffè, tazzina in mano, e lui si avvicina con un sorriso. Lo riconosco subito: ci siamo parlati alla riunione della settimana scorsa, seduti uno accanto all'altro per quasi due ore. Ricordo la camicia azzurra, ricordo che lavora al terzo piano, ricordo persino la battuta che ha fatto sul proiettore rotto. Ma il nome, il suo nome, è svanito. Apre bocca per salutarmi e io mi sento attraversare da un lampo di panico. "Ciao!" dico, troppo entusiasta, sperando che lui riempia il vuoto. Non lo fa. Aspetta. Io sorrido, annuisco, farfuglio qualcosa sul tempo, e lui si allontana con un'espressione appena percettibilmente delusa. Resto lì con il caffè che si raffredda, chiedendomi come sia possibile perdere un'informazione così semplice in così poco tempo.
Questa sensazione di vuoto improvviso, questa frustrazione di sapere che un dato c'era e ora non c'è più, è universale. Tutti dimentichiamo nomi, appuntamenti, codici, volti. Tutti sperimentiamo quella discesa silenziosa delle informazioni verso l'inaccessibilità. E tutti, prima o poi, ci chiediamo: perché? La risposta più precisa che abbiamo ancora oggi arriva da un uomo che si chiuse in una stanza alla fine del diciannovesimo secolo e decise di trasformare la propria mente in un laboratorio.