Ostro a TarantoNera Valdi
Capitolo 1Ostro
Il treno rallentò prima ancora che Taranto comparisse. Anselmi guardò fuori dal finestrino: terra arsa, oliveti bassi, qualche masseria chiusa. Il mare si presentò all'improvviso, largo e piatto, con una striscia di schiuma che segnava il confine tra acqua e cielo. Non era il blu delle cartoline. Era un grigio che virava al verde, opaco come metallo vecchio.
La stazione aveva il soffitto alto e le piastrelle rotte. Anselmi scese con la ventiquattrore e aspettò che la folla si diradasse. Faceva caldo, un caldo umido che gli si appiccicava alla camicia. L'aria sapeva di sale, di gasolio, di qualcos'altro che non riuscì a identificare subito. Metallico, acre. Le acciaierie, gli aveva detto qualcuno a Roma. Le senti prima di vederle.
Uscì dalla stazione e il vento gli venne incontro. Soffiava da sud-est, tiepido e insistente, sollevava polvere dai marciapiedi e piegava le foglie dei platani. Ostro, pensò. Aveva letto il nome su un vecchio manuale nautico, anni prima. Un vento che portava tempesta ma qui, sotto quel sole verticale, sembrava solo rendere l'aria più densa.
Il taxi lo portò lungo viale Virgilio. Anselmi guardava la città scorrere oltre il finestrino. Palazzi anni Settanta, alcuni scrostati, altri con le persiane chiuse. Negozi con le saracinesche abbassate, bar con tavolini vuoti. La strada girava attorno a un canale stretto, quasi un fossato. Sull'altra sponda stavano case più basse, muri scuri, finestre piccole. La Città Vecchia, disse l'autista senza che Anselmi avesse chiesto niente. Lì dentro non ci va più nessuno.
Non aggiunse altro. Anselmi non insistette.