Libeccio a Porto TorresNera Valdi
Capitolo 1Porto
Il traghetto urtò la banchina con uno schianto secco. Enea Piras strinse la maniglia della valigia e aspettò che la passerella si abbassasse. Intorno a lui la gente spingeva verso l'uscita, voci sovrapposte che il vento portava via prima che diventassero parole. Il libeccio soffiava da sud-ovest, caldo e salato, carico di sabbia fine che si infilava negli occhi e tra i denti.
Scese per ultimo. Le gambe gli tremarono per un attimo, non per il mare ma per il cemento fermo sotto i piedi. Vent'anni. L'ultima volta aveva trent'anni e suo padre era vivo, anche se già non si parlavano più. Adesso Gavino Piras giaceva in una bara nella camera ardente dell'ospedale civile, e Enea era tornato per seppellirlo.
Il terminal traghetti non era cambiato. Stesso capannone grigio, stesse insegne sbiadite delle compagnie di navigazione, stesso odore di gasolio e catrame. Solo le auto parcheggiate erano diverse, modelli che non aveva mai visto a Nuoro. Si fermò un attimo a guardare il mare oltre la banchina. L'acqua era scura, percorsa da creste bianche che il vento sollevava e schiacciava contro gli scogli. Nessuna bellezza. Solo forza, sale, rumore.
Attraversò il piazzale verso la fila dei taxi. Un uomo sulla cinquantina, giacca di pelle consumata, si staccò dal gruppo e gli andò incontro.
"Porto Torres città?"
Enea annuì. "Via Balai."
L'uomo prese la valigia senza dire altro e la caricò nel bagagliaio. Enea salì dietro. L'auto odorava di fumo vecchio e deodorante ai pini. Il tassista accese il motore e uscì dal terminal senza chiedere conferme.