Le tre ore buoneGuido Massari
Capitolo 1La curva dell'attenzione (e perché non è quella che pensi)
Chiara ha passato tre anni a difendere il pomeriggio. Dalle due alle cinque, diceva ai colleghi che aveva da chiudere pratiche arretrate. Metteva il telefono in silenzioso, evitava la macchinetta del caffè, si sedeva alla scrivania con la schiena dritta e la sensazione di chi finalmente può concentrarsi. Eppure ogni sera usciva dall'ufficio con la stessa lista di cose non finite. I moduli compilati male, le email a cui doveva rispondere due volte perché la prima versione era confusa, le telefonate che si allungavano perché non trovava subito il dato che serviva. Credeva di non impegnarsi abbastanza. Invece stava guardando nel posto sbagliato.
L'ha capito per caso, un martedì mattina. Aveva finito una pratica di cambio residenza in dodici minuti, dalla richiesta iniziale alla firma. Lo stesso tipo di pratica che il giorno prima, alle tre del pomeriggio, le era costato mezz'ora e due correzioni. Non aveva fatto niente di diverso: stessa procedura, stesso modulo, stessa attenzione apparente. Ma alle nove e mezza del mattino le mani si muovevano da sole, le domande al cittadino uscivano nell'ordine giusto, i campi del database non richiedevano riletture. Alle tre del pomeriggio doveva controllare ogni riga due volte.
Quella settimana ha preso un blocchetto di post-it gialli e ha segnato l'ora ogni volta che chiudeva una pratica senza doverla ricontrollare. Non scriveva cosa aveva fatto, solo l'ora. Dopo cinque giorni aveva ventiquattro post-it. Diciannove erano tra le nove e mezzogiorno. Tre tra le due e le tre. Due alle otto di mattina, appena arrivata. Zero dopo le quattro.