La telefonata arriva mentre ha le mani nell'argilla fino ai polsi. Marta guarda il cellulare che vibra sul bancone, vede un numero che non conosce, lascia che squilli. Il tornio gira sotto le sue dita, il cilindro di creta umida si allarga, si assottiglia, prende la forma che vuole dargli. Tre minuti ancora e può staccarlo dalla ruota. Il telefono tace, poi ricomincia. Stesso numero.
Marta ferma il pedale col piede, il tornio rallenta. Prende uno straccio umido, si pulisce le mani, allunga il braccio. «Pronto.»
«Signora Giuliani? Sono il dottor Mancini, studio notarile Mancini e Associati, Formia. La disturbo?»
«Lavoravo.»
«Mi scusi. La chiamo per una questione che riguarda sua zia, Adriana Giuliani.»
Marta si appoggia al bancone. Il tornio gira ancora, piano, spinto dall'inerzia. «Che cosa le è successo?»
«Mi dispiace comunicarle che la signora Adriana è deceduta tre settimane fa. Un infarto, nel sonno. I vicini hanno trovato il corpo dopo due giorni. Mi scusi, pensavo che qualcuno l'avesse già informata.»
Tre settimane. Il laboratorio intorno a Marta è silenzioso, il solito caos ordinato di scaffali carichi, polvere chiara sul pavimento, odore di terra bagnata. Ha parlato con Adriana a Natale, una telefonata di cinque minuti. Tutto bene, zia? Tutto bene, tu? Lavoravi troppo anche allora. Lo so, zia.
«Signora Giuliani?»
«Sono qui.»
«La signora Adriana l'ha nominata erede universale. Il laboratorio a Ponza, i pochi risparmi sul conto, tutto. C'è anche una lettera, scritta a mano, che devo consegnarle personalmente secondo le sue disposizioni. Può venire in studio questa settimana?»