Il telefono squillò mentre Giulia stava uscendo dallo studio. Aveva già il cappotto addosso, la borsa a tracolla, le chiavi in mano. Erano le diciotto passate e fuori pioveva da ore, quella pioggia milanese di febbraio che ti entra nelle ossa e non se ne va più.
Non riconobbe il numero. Rispose lo stesso, perché a quell'ora poteva essere un cliente.
«Pronto?»
«Signora Moretti? Sono l'infermiera Claudia Berton, reparto neurologia dell'ospedale civile di Venezia. La chiamiamo per suo padre, Giovanni Moretti.»
Giulia si fermò nel corridoio. Dietro di lei, Stefano stava chiudendo il suo ufficio canticchiando qualcosa. La luce al neon tremolava sopra la stampante.
«Cos'è successo?»
«Suo padre ha avuto un ictus questa mattina. L'hanno portato qui verso le undici. Le condizioni sono stabili, ma deve venire.»
Giulia appoggiò la borsa per terra, lentamente.
«Quanto è grave?»
«Il medico preferisce parlarne di persona. Ma è cosciente, signora. Sa chi è, riconosce le persone.»
«Arrivo. Ci vogliono quattro ore, forse cinque.»
«Va bene. Chieda di me quando arriva, reparto neurologia, terzo piano.»
Riattaccò. Rimise il telefono in tasca. Guardò il cappotto bagnato di Stefano appeso all'attaccapaglia, le piante finte nell'angolo, la macchinetta del caffè che gocciolava nel lavandino.
Suo padre aveva avuto un ictus.
Suo padre era a Venezia, in ospedale, con metà corpo paralizzato forse, o metà volto, o peggio. E lei era qui, a Milano, con la pioggia che batteva sui vetri e un progetto da consegnare lunedì che non era ancora finito.