La restauratrice di ProcidaLivia Ferrante Ruiz
Capitolo 1Il traghetto delle otto
Il traghetto parte alle otto e zero tre, come sempre. Giovanna lo sa perché ha controllato l'orario sei volte nell'ultima settimana, anche se l'ha già preso decine di volte da bambina. Ma erano trent'anni fa, e allora non aveva valigie proprie, solo lo zainetto con il costume e i fumetti che la nonna le comprava all'edicola del porto.
Adesso ha due trolley, una borsa a tracolla con il laptop, e tre cassette di metallo che contengono pennelli, bisturi, solventi, carte giapponesi. Le cassette pesano come pietre tombali e le lasciano un segno rosso sul palmo quando le solleva dalla banchina. Un ragazzo con la maglietta della Caremar le fa cenno di salire, e Giovanna attraversa la passerella sentendo il metallo vibrare sotto i piedi.
L'odore arriva prima ancora di vedere l'acqua: salsedine, gasolio, qualcosa di organico che marcisce al sole. Non è sgradevole. È Napoli, è il Golfo, è ogni estate della sua infanzia concentrata in una boccata d'aria. Si siede dentro, perché il sole di maggio è già feroce e non ha voglia di arrivare rossa come un peperone, poi si pente subito. Fuori ci sono tre turisti tedeschi che ridono e si fanno foto, un gruppo di ragazzi procidani con le buste della spesa, una coppia di anziani che parlano in dialetto stretto. Giovanna prende la borsa e si sposta sul ponte di poppa, dove il vento tira più forte.