La fabbrica delle abitudiniElena Corvi
Capitolo 1Il labirinto a forma di T
Il primo ratto che Ann Graybiel mi ha fatto osservare nel suo laboratorio al MIT correva male. Era il 1995, e l'animale - un maschio albino di sei mesi - esitava davanti a ogni angolo del labirinto a forma di T, annusava le pareti di plexiglas, tornava indietro di qualche centimetro prima di proseguire. Ci metteva quasi tre minuti per percorrere un metro e mezzo di corridoio e raggiungere il braccio destro, dove lo aspettava un frammento di cioccolato fondente delle dimensioni di un chicco di riso. Graybiel, neuroscienziata con trent'anni di esperienza sui gangli della base, non sembrava preoccupata. Indicò lo schermo del computer collegato agli elettrodi impiantati nel cervello del ratto e disse: "Guardi l'attività. È tutto acceso."
Sullo schermo scorrevano tracce elettriche continue, picchi di potenziale d'azione che coprivano l'intera durata del percorso. Dal momento in cui il ratto usciva dalla gabbia di partenza - segnalato da un clic acustico - fino al momento in cui raggiungeva il cioccolato, i neuroni dello striato dorsale scaricavano segnali senza interruzione. Il cervello dell'animale stava processando ogni singolo passo: svolta a sinistra, no, forse a destra, annuso, procedo, mi fermo. Nessuna economia, nessuna sintesi. Pura elaborazione continua.