CiviltàPaolo Pedrazzi
Capitolo 1Nascere nel tempo dell'allarme
Si nasce sempre dentro una stagione che altri hanno preparato, ma raramente una generazione ha avuto l’impressione di venire al mondo sotto una sirena già accesa. Non una sirena sola, riconoscibile, come quelle che annunciano un incendio o un bombardamento, ma un coro continuo di allarmi: il clima che cambia, le guerre che ritornano nei telegiornali con nomi di città sconosciute e poi improvvisamente familiari, l’economia che promette opportunità e distribuisce precarietà, la tecnologia che apre porte meravigliose e insieme moltiplica sorveglianza, isolamento, dipendenza. Il presente non appare più come un luogo in cui abitare con calma, ma come una stanza piena di schermi accesi, ciascuno dei quali avverte che qualcosa sta per rompersi. In questa stanza sono cresciuti i giovani del nostro tempo: non davanti a un futuro limpido, ma dentro un paesaggio di possibilità e minacce intrecciate, dove ogni promessa sembra portare con sé la propria ombra.
## Il presente come emergenza permanente
Per molto tempo gli adulti hanno raccontato la giovinezza come l’età della spensieratezza, dell’attesa fiduciosa, dell’energia non ancora ferita. È un racconto in parte vero, ma oggi suona incompleto, quasi offensivo, se rivolto a chi ha imparato presto che il mondo non è uno sfondo stabile. La scuola, la casa, le strade, la rete, il lavoro, persino il clima delle stagioni: tutto sembra attraversato da un’instabilità più grande delle singole biografie. Si cresce sapendo che la parola crisi non indica un evento eccezionale, ma una condizione ripetuta, un lessico quotidiano, un modo di respirare.