Breve storia del tempo liberoElena Corvi
Capitolo 1La domenica del contadino
La domenica del 1750 inizia con le campane. Nel Polesine, come in ogni angolo d'Europa cattolica, sono le campane a scandire il tempo: all'alba per il mattutino, a metà mattina per la terza, a mezzogiorno per la sesta. Il suono attraversa i campi ancora bagnati di rugiada, entra nelle stalle dove le vacche sono già state munte, raggiunge le case dove le famiglie contadine si preparano per la messa. Nessuno possiede un orologio. Nessuno ne ha bisogno: il tempo è quello che le campane dicono che sia.
Parto da questa domenica perché è il punto più lontano a cui posso risalire per capire cosa significasse smettere di lavorare prima che esistesse il concetto stesso di tempo libero. In quel villaggio del Polesine—il nome preciso si è perso, ma la regione è certa—la domenica non è riposo nel senso che daremo noi a questa parola duecento anni dopo. È obbligo religioso, pausa imposta dall'alto, ritmo della comunità. Il contadino che esce di casa per andare in chiesa non sceglie di riposarsi: obbedisce al calendario liturgico che la Chiesa ha costruito sopra il calendario agricolo, sovrapponendo i santi alle stagioni, le feste ai raccolti.