Bora nera al Molo AudaceNera Valdi
Capitolo 1Alba al Molo Audace
La bora arrivò alle quattro del mattino con un urlo che svegliò mezza Trieste. Alle sei soffiava a centoventi chilometri orari, piegava i lampioni sul lungomare e strappava tegole dai tetti del centro. Ilse Marun ricevette la chiamata alle sei e trentacinque, mentre beveva caffè in piedi nella cucina buia. Non accese la luce. Ascoltò, disse solo «Arrivo», riattaccò.
Si vestì in fretta: jeans pesanti, maglione di lana grossa, parka impermeabile. Scese le scale del palazzo di via Ginnastica senza fretta. Fuori il vento la spinse contro il portone. Camminò piegata in avanti fino all'auto, una Punto grigia parcheggiata tre isolati più in là. Le portiere vibravano. Accese il motore e guidò verso il mare.
Il Molo Audace si stendeva nella prima luce sporca come un dito di pietra bianca nel golfo. Ilse parcheggiò in piazza Unità, davanti al Municipio. Due volanti della Polizia lampeggiavano in silenzio. Un furgone della Scientifica era fermo a venti metri, sportelli aperti. La bora soffiava da nordest, sollevava spruzzi alti tre metri dalle bitte. Non c'erano passanti. I gabbiani stavano fermi sui tetti, teste infilate sotto le ali.
Ilse scese dall'auto e il vento la prese di lato. Si aggrappò allo specchietto, poi camminò rasente i muri fino alla base del molo. Un agente in divisa la vide arrivare e le fece cenno. Era giovane, forse ventotto anni, faccia rossa per il freddo. Non disse nulla. Indicò con il mento.