Archivio ClimaticoTommaso Arel
Capitolo 1Il terzo piano
Il terzo piano di Palazzo d'Accursio ha finestre alte che guardano su via Zamboni. Dalla mia scrivania vedo il portico opposto, le persiane chiuse contro il sole di luglio, i turisti che camminano rasenti ai muri. Arrivano sempre sorpresi dal caldo, anche se Bologna d'estate è così da trent'anni. Indossano cappelli comprati all'ultimo momento, tengono le bottiglie d'acqua contro la fronte.
L'ufficio si chiama Archivio Climatico dal 2048, quando hanno centralizzato qui le testimonianze per le cause legali. Prima eravamo dispersi tra Ambiente e Affari Generali. Adesso occupiamo tre stanze comunicanti, pareti color crema, pavimento in cotto originale coperto da tappeti antistatica. Le scrivanie sono moderne, regolabili in altezza. I lampadari sono settecenteschi, restaurati due volte.
Arrivo alle otto e mezzo. Il dottor Benassi arriva alle nove, Lucia alle nove e un quarto. Apro le finestre per far circolare aria prima che diventi insopportabile, poi le richiudo e accendo il condizionamento. La macchina del caffè emette il suo ronzio abituale. Preparo la tazza, aggiungo mezzo cucchiaino di zucchero, torno alla scrivania.
Il mio lavoro consiste nel certificare ricordi altrui.
Le persone vengono su appuntamento, di solito il martedì e il giovedì mattina. Portano documenti anagrafici, certificato di residenza storica, a volte fotografie. Si siedono dall'altra parte della scrivania e raccontano cosa ricordano del clima tra il 1995 e il 2025. Io trascrivo, verifico la coerenza con i dati satellitari, archivio la testimonianza. Se tutto corrisponde, firmo la certificazione. Il documento diventa utilizzabile nei procedimenti contro le corporations del settore energetico.